mercoledì 2 novembre 2011

"Sopra la stampa la penna campa, ma in Sicilia c'è una crepa" di Alex Minissale

Stabilito che la rete non è l’alternativa libera della carta stampata, ma al limite la sua anticamera anarchica, correggo il tiro e asserisco che in Italia non è la libertà di stampa a mancare - ci mancherebbe, scusando il gioco di parole - ma il tasso di democrazia interna alle redazioni (altrimenti detto percentuale di coerenza della penna specifica con la linea editoriale generica).
A criticare questo, tuttavia, si scadrebbe nella grettezza più bianca, perché anche col quoziente minimo si arriverebbe a capire che un giornale è un insieme di correnti comunque poggiate su uno stesso vettore, che ha un’inclinazione necessaria in quanto orientata verso un determinato target di lettori. In secondo luogo, risultano comprensibili tabù e reticenze se relativi ai legami editoriali: oltre che controproducente sarebbe inutile gettare i riflettori di inchiostro sulle marachelle di chi l’inchiostro te lo paga.
E siccome non mi piace campare per aria, salto dal livello astratto a quello concreto enumerando vicende realmente accadute. A sentire la voce dei giornalisti quando non si esprimono su piattaforma ufficiale ma per via traversa, si lamentano censure in merito alla Scala di Milano, alla Pirelli, alle acque minerali, alle compagni aeree, ad Armani, senza considerare che sino a qualche tempo fa persino Della Valle, in certe redazioni, costituiva tabù, lo stesso Della Valle che sponsorizza scarponi da neve spacciandoceli per gala (ci siete cascati tutti), e che oggi ci fa dono delle sue preziose opinioni quanto a politica e società, rimembrando il suo comunicato dalla sintassi stravagante e i contenuti da quarta elementare. Ma, tornando sul tema e scusandomi per la divagazione aggressiva, mi sento in dovere di spendere due parole sulle riviste di moda, i cui caporedattori ricevono in dono, dalle aziende, vacanze e servizi di porcellana, dove non solo non si può parlar male degli azionisti, ma anche delle aziende che potrebbero diventarlo. Morale? Docilità di penna verso il mondo intero. Non si scrive delle palpebre strappate ai gatti per testare i livelli di corrosività cosmetica, dello sfruttamento del lavoro minorile nell’ambito del settore tessile, della quantità di grassi saturi e saccarosio nelle merendine, dell’effettiva efficacia degli elettrostimolatori e le creme anti-cellulite. Insomma, il “ci vogliono far credere che sia così” è un sospetto minimamente fondato, è più probabile che un argomento venga taciuto del tutto più che mistificato a macchia di leopardo.
Per questo mi preme logorare il cliché del giornalista bravo e coraggioso in quanto privo di remore nei confronti dei politici politicanti di vario genere. Sia chiaro, un giornalista schierato contro la dirigenza di turno, è un giornalista politico e basta, perché “coraggioso” è aggettivo appropriato esclusivamente a chi architetta inchieste contro i poteri seriamente forti, lobbistici, categoria alla quale la pluri-screditata politica ha smesso di appartenere da un pezzo. Si tratta delle microcriminalità imperanti nelle realtà urbane, dei silenzi imposti dalle multinazionali tessili e farmaceutiche (inciso: fatturati annuali secondi solo a quelli delle industrie petrolifere), argomenti che difficilmente si leggono sulla carta stampata, ma più facilmente si approfondiscono nei palinsesti (Report, Le Iene, sebbene il primo sia più colorato – ma non per questo meno encomiabile – del secondo). Nell’ambito politico, infatti, sono più i casi di allarmismo da censura che quelli di censura effettiva. A fine 2007 ci fu uno scandalo relativo a intercettazioni dimostranti la connivenza di celebri giornalisti con celebri esponenti di partito: tanta ipocrisia, a parer mio, ma non perché vennero “incastrati” gli intercettati, ma perché vennero automaticamente scagionati i non-intercettati, che invece la telefonata la fanno (si parla di livelli trasversali), che eseguono gli ordini che ricevono e pure quelli che non ricevono (categoria “servo disinteressato”, una tradizione italiana dal 1993, può manifestarsi in ossequio al potere o – peggio ancora – all’anti-potere). Il crollo delle vendite conseguente alla crisi, il disinteresse progressivo dei pubblicitari, ha anche imposto ai quotidiani di diventare organi non più dei partiti ma delle parti, a modellare i loro stili sulle aspettative dei lettori, alle quali si subordina non (sempre) la componente oggettiva, ma di certo l’esigenza deontologica di non fomentare/cavalcare i livori. E lo spiattellare ecumenico di chilometri di intercettazioni, il voyeurismo d’oltre serratura, i corsivi che sono requisitorie, sono tutte conseguenza esasperata e non causa causante di questa strategia che, paradossalmente, non impone al singolo giornalista di dichiararsi fazioso tentando di non esserlo, ma di esserlo cercando di dissimularlo.
Ma in fondo non sopporto neppure la dietrologia sulla quale si poggia la convinzione che no, nemmeno in televisione c’è libertà di parola, ed è tutto pilotato perché parlano di questo quando invece c’è quest’altro. Niente di più errato: perché se è vero che è scorretta la lottizzazione della rai, televisione di stato, è anche vero che si tratta di lottizzazione bipolare, e certe penose offese/difese di stampo rai 1 – da sempre filo-governativa – si bilanciano specularmente con certe penose offese/difese di stampo rai 3 – da sempre filo-sinistrosa – e delle volte dallo scontro di opposti si ottiene un surrogato di imparzialità complessiva.
Altro discorso è quello relativo al timor di querela: trattasi di personaggi che vorrebbero disincentivare la stesura di pezzi che li riguardano querelando a scatola chiusa chiunque osi scrivere le loro iniziali, e le statistiche confermano che questo metodo sia usato da un certo schieramento piuttosto che da un altro (ma non diciamo quale).
Tutti i contenuti sovrastilati, ad ogni modo, in Sicilia si sommano ad altre questioni aggiuntive, di natura sociale – per così dire – più che editoriale. Perché in superficie sono palesi ulteriori anomalie, legate ad un’improbabile condizione di monopolio che ci affligge e a vari elementi di scenario facilmente intuibili. Insomma, se l’Italia è anomala quanto il resto del mondo, la Sicilia lo è molto di più. Alfio Sciacca, orgoglio siciliano al Corriere della Sera, può forse testimoniare se e come attraverso la presenza della libertà di stampa in Italia si possa denunciarne l’assenza in Sicilia, e proprio per questo mi interesserebbe sapere se crede che le sue inchieste su “Pubbliservizi”, esecrabile creatura di Raffaele Lombardo, avrebbero trovato carta bianca anche qui in Sicilia, o che dell’encomiabile analisi dei favoritismi dello stesso avrebbe potuto scrivere anche qui nella terra dei limoni. Anche perché dei siculi conflitti di interesse Alfio Sciacca ne ha parlato anche dopo quella sconvolgente puntata di report che ricordiamo tutti, anche in seguito all’incontro con Condorelli. Di più: Alfio Sciacca c’era dentro. Era caporedattore di telecolor, altro rivolo di monopolio. Mi piacerebbe chiedergliele, certe cose. E gliele chiederò.

domenica 16 ottobre 2011

"La tela delle mistificazioni" di Alex Minissale

Wikipedia e la sua sorellina diffamatoria Nonciclopedia si sono stracciate le vesti, in ordine di importanza, per poi dire di esser state denudate, l’una dal governo, l’altra da Vasco Rossi. Sintetizziamo con involuta banalizzazione: Nonciclopedia, uno sito stracolmo di bestemmie, ironia surreale (nel senso proprio che non fa ridere) e diffamazioni oltre il limite di legalità e decenza (il tutto impanato dentro farina di dubbia satira, più dubbia che satira) ha chiuso per protesta: aveva ricevuto una denuncia. Una sola. Poi ha riaperto perché è stata ritirata da un Vasco Rossi che evidentemente di questi tempi non ha nulla da fare (voglio specificare che simpatizzo per il pretesto e non per i soggetti). Ma passiamo all’enciclopedia che ha salvato studenti (me per primo), soggetti curiosi di cultura e nozionisti da novantesimo minuto: Wikipedia le vesti se l’è stracciate per solidarietà. Non scherzo. Ma non con la succitata sorellina diffamatoria, bensì con i blogger, categoria senza ordine né regolamentazione. A loro infatti è stato chiesto l’obbligo di rettifica, un dovere della stessa stampa di cui si ritengono alternativa. Alternativa un po’ sleale, considerando che ne pretende i diritti rifiutandone i doveri. In ogni caso: il 14 Luglio 2009 i blogger scioperarono per lo stesso identico motivo, l’obbligo di rettifica (è la seconda volta che viene proposto). Wikipedia sonnecchiava: in una delle due volte, dunque, mente. Accorpando i due casi, comunque: se uno si sente diffamato e mi denuncia, chiudo per protesta. Se uno si sente diffamato e mi obbliga alla rettifica, chiudo per protesta. Non so: anarchia virtuale?No. Perché di avvocati costretti alla caccia di fantasmi virtuali che diffondevano notizie mendaci e diffamanti, io ne ho visti parecchi. Una volta scavalcati server scoscesi e normative sulla privacy la notizia è stata già diffusa, amplificata, archiviata e rilanciata. Il tempo scorre. E chi si sono ritrovati d’avanti a ricerca conclusa? Il più delle volte adolescenti virtualmente eversivi ma concretamente impauriti, che, una volta lanciato il sasso, hanno nascosto la tastiera. Ragazzetti che da grandi vogliono diventare giornalisti e giocano a fare tirocinio con la reputazione della gente: come se un tizio che da grande vuol diventar dottore fosse autorizzato a sbudellare corpi per apprendere il mestiere. Non capisco perché chi vuole informare debba sottrarsi alle regole che tale impegno implica, non capisco perché tema la rettifica se, a torto o a ragione, è convinto della propria buona fede. Non capisco, insomma, perché si tratti la rete come se non avesse alcun peso mediatico (questa assenza legislativa era comprensibile agli inizi, non adesso), come se le visualizzazioni non fossero aritmeticamente equiparabili alle tirature, e non capisco perché ci si ostini a tutelare allarmisti e mistificatori, magistralmente custoditi dentro il loro anonimato.

di Alex Minissale